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IL CECIO E L’ORGOGLIO

“Dici cìciri o t’ammazzo!”

Leggenda vuole che, durante i Vespri siciliani, per riconoscere gli invasori francesi camuffati da Siciliani, i rivoltosi li costringessero a pronunciare la parola cìciri, ceci, che in siciliano si pronuncia all’incirca come cìsciri; se l’interpellato era uno scagnozzo di Carlo D’Angiò, la risposta sarebbe stata sistematicamente sisirì o kikirì e a quel punto scattava il pugnale contro l’angioino scoperto, rendendo mortalmente indigesto uno dei legumi più apprezzati nelle cucine siciliana e ligure.

Il cecio nella Gastronomia Siciliana mantiene, nel corso dei secoli, un posto d'onore. Soprattutto nel palermitano dove, con la sua farina, le panelle hanno una grande importanza. Cibo sostitutivo lo chiamano gli studiosi: infatti la panella sostituiva la carne o il pesce, troppo costosi per le economie popolari.

Pan’e panelle, pani cca meusa, cazzilli e brodo di puppu[1], sono le colonne del cibo di strada siciliano.

[1] Meusa: milza. Viene bollita, insieme al polmone e alla trachea (scannaruzzatu) in grandi pentoloni, poi fritta nella sugna, e servita come companatico. Cazzilli: crocchette di patate fritte. Brodo di puppu: il liquido di bollituta del polpo, servito con pepe nero, gli si attribuiscono poteri afrodisiaci.

LA RICETTA DELLE PANELLE

  1. acqua, farina di ceci, prezzemolo e nient'altro, questi gli ingredienti.
  2. Arriminari[1] il tutto mantenendo una consistente densità e spalmare sul marmo, in strati di circa 3 mm. Dopo circa mezzora, friggere.

La panella deve imbottire la mafalda ca giuggiulena[2], condita con succo di limone; da quando l’alta gastronomia ha scoperto che la cucina popolare è una fonte inesauribile, è partita una inarrestabile corsa alla contaminazione. Ecco allora che troviamo panelle condite con salsine al finocchietto, con ricotta salata, con colature di alici e chi più ne ha…

[1] Mescolare.

[2] Sesamo: in arabo si chiama giulgiulgian.

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